Ciao a tutti, ho bisogno di sfogarmi e magari di avere qualche parere esterno, perché in questo momento mi sento abbastanza solo in questa situazione.
Ho 30 anni, lavoro nella grande distribuzione e da un po' di tempo vivo una situazione lavorativa che mi sta logorando. Il posto è a circa 60 km da casa e, al di là della distanza e della stanchezza, il problema principale è diventato il clima che percepisco all'interno dell'ambiente lavorativo.
Da tempo ho la sensazione di trovarmi in un contesto tossico, in cui non riesco più a fidarmi delle persone. Mi sembra di cogliere allusioni alla mia vita privata, frecciatine e atteggiamenti che mi fanno sentire costantemente sotto osservazione. Non pretendo che tutti mi amino o che l'ambiente di lavoro sia un posto idilliaco, ma quando inizi a vivere ogni giornata con questa tensione, andare al lavoro diventa davvero pesante.
Premetto una cosa importante: soffro di disturbo bipolare, diagnosticato e seguito da una psichiatra. Non lo dico per giustificare qualsiasi mio comportamento, ma perché credo sia un elemento da tenere in considerazione quando si parla del mio benessere psicologico.
Recentemente sono stato a casa per circa un mese perché stavo molto male. In quel periodo ho avuto un peggioramento importante e mi sono rivolto alla mia psichiatra. Adesso non mi sento nelle stesse condizioni di allora, ma questo non significa che stia necessariamente bene o che riesca a gestire tutto senza difficoltà.
Veniamo a oggi.
Stamattina ho fatto circa 60 km per andare al lavoro. Una volta arrivato e sceso dalla macchina, ho iniziato ad avere tremori, forte mal di stomaco e conati di vomito. Ero talmente stressato all'idea di entrare in quel posto che fisicamente non riuscivo a gestire la situazione. Alla fine ho deciso di tornare a casa e ho avvisato il lavoro.
Non sto dicendo che sia la soluzione giusta assentarmi ogni volta che sto male, né che non debba trovare un modo per affrontare questa situazione. Ma oggi, in quel momento, sentivo di non riuscire a entrare.
Il problema è che la mia ragazza, Lara, non condivide la mia decisione.
Mi ha detto che le dispiace vedermi così, ma allo stesso tempo considera queste reazioni infantili. Secondo lei sono già stato a casa un mese e non posso continuare a comportarmi in questo modo. Ha anche sostenuto che mi sarei fatto condizionare dai miei genitori, che mi avrebbero spinto verso determinate richieste e tutele, tra cui il riconoscimento della Legge 104.
Un'altra cosa che mi ha ferito è il fatto che abbia usato alcuni aspetti della mia quotidianità per mettere in dubbio quanto io stia realmente male. Per esempio, mi ha fatto notare che vado dal nutrizionista e che quindi, a suo parere, non sembrerei stare così male.
Ma davvero il fatto di riuscire a svolgere alcune attività significa necessariamente stare bene? Non credo che il malessere psicologico funzioni così. Posso riuscire ad andare a un appuntamento, fare la spesa o occuparmi di alcune cose e, allo stesso tempo, stare male in un altro contesto.
Quello che mi fa soffrire maggiormente non è nemmeno il fatto che Lara non sia d'accordo con me. Capisco che possa essere preoccupata, stanca di vedermi stare male o spaventata dall'idea che io possa perdere il lavoro. Sono preoccupazioni legittime.
Mi ferisce, però, che il mio disagio venga liquidato come infantilismo, come se stessi semplicemente facendo i capricci o cercando una scusa per non lavorare.
Io non voglio necessariamente sentirmi dire che ho ragione su tutto. Mi rendo conto che il mio modo di percepire le dinamiche lavorative potrebbe essere influenzato dallo stress e dalla mia condizione psicologica. Non posso sapere con certezza quali siano le intenzioni dei colleghi e non voglio nemmeno dare per scontato che ogni mia impressione corrisponda alla realtà.
Proprio per questo cerco di confrontarmi con i professionisti che mi seguono.
Ma trovo ingiusto che, siccome oggi non sono nella stessa condizione in cui ero durante il mese di assenza, il mio malessere venga considerato meno legittimo. Non devo necessariamente arrivare al punto di stare malissimo per poter riconoscere che qualcosa non va.
In questo momento mi sento combattuto: da una parte so che non posso continuare indefinitamente a evitare una situazione difficile e che devo capire come uscirne, anche valutando un cambiamento lavorativo. Dall'altra, sento di essere arrivato a un limite e non riesco più ad affrontare serenamente l'idea di tornare in quell'ambiente.
E mi sarebbe piaciuto ricevere dalla persona con cui condivido la mia vita un po' più di comprensione, anche senza necessariamente essere d'accordo con me.
Quindi vi chiedo: secondo voi sto reagendo in maniera infantile? È sbagliato decidere di fermarsi quando si arriva al punto di avere sintomi fisici così forti, anche se non si è nella fase peggiore del proprio malessere psicologico? E come gestireste il rapporto con una persona che, pur dicendo di essere dispiaciuta per voi, finisce per farvi sentire giudicati anziché compresi?
Mi interessano anche pareri critici, purché siano sinceri e rispettosi. Non cerco qualcuno che mi dia automaticamente ragione, ma vorrei capire se sto sbagliando qualcosa e come potrei affrontare la situazione.